Quel parco per bimbi costruito sopra alla discarica di amianto

Quel parco per bimbi costruito sopra alla discarica di amianto

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Da IlGiornale.it

Da oltre sei anni il parco Cassarà di Palermo è chiuso. Il motivo? Ci sarebbe (condizionale d’obbligo in questo caso) dell’amianto sepolto sopra l’area verde che si estende per 28 ettari ed è la seconda, per grandezza, della città di Palermo dopo il Parco della Favorita (354 ettari).

Da sei anni, però, si trascina questo fardello, tra carte finite nelle aule dei tribunali, indagati a vario titolo e nessuna risoluzione almeno imminente. Qualche tempo fa è stata pubblicata dal comune di Palermo (che gestisce l’area verde) la gara d’appalto per l’affidamento del servizio relativo all’esecuzione delle “Indagini ambientali preliminari nel Parco Urbano”. “Se, come crediamo, le indagini riconosceranno che non vi sono più situazioni di rischio nell’area verde – dichiara il sindaco, Leoluca Orlando – contiamo, entro la fine dell’anno, di poter finalmente riaprire al pubblico questa ampia porzione del parco, che ne copre circa il 60% della superficie. Speriamo quindi che la seconda area verde della città dopo la Favorita possa finalmente tornare a essere fruibile quanto prima. Soprattutto in un momento come questo, offrire a tutti i cittadini spazi all’aria aperta fruibili in sicurezza è sempre più una priorità”.

C’è da spiegare una cosa. In questo momento, il Parco è stato suddiviso in tre aree: una verde, una gialla e una rossa. Quella verde è quella in cui non esiste alcun pericolo, almeno leggendo le carte e dopo i primi rilievi. Sarà l’area oggetto delle verifiche ambientali. Il Coime, la squadra edile del comune che è tornata ad occuparsi del Parco urbano sotto la supervisione di Francesco Teriaca, ha ricominciato, qualche mese fa, a risistemare l’area verde, abbandonata e piena di erbacce e rifiuti. La “zona verde” è stata quasi del tutto ripristinata. Il prato all’inglese è tornato ai vecchi splendori, così come il roseto, tornato a fiorire. “Noi ci vogliamo far trovare pronti non appena ci sarà dato il via libera – dice Teriaca – Una riapertura entro la fine dell’anno? Ci spero, ma mi pare molto difficile conoscendo i tempi della burocrazia”.

La storia del parco risale a tanti anni fa. Quest’area era una sorta di discarica a cielo aperto, confinante con gli spazi dell’università e dello storico Parco d’Orleans. Qui, imprenditori senza scrupoli, hanno depositato per mesi e mesi gli sfabbricidi provenienti dalla realizzazione del nuovo carcere Pagliarelli e della corsia centrale di viale Regione siciliana, l’asse viario più importante di Palermo che collega le due autostrade A19 Palermo-Catania e A29 Palermo-Trapani. Tra i materiali sepoli, racconta Teriaca, ci sarebbe anche eternit. Ma attenzione, specifica il dirigente: “Da quel che sappiamo questo materiale è tombato – dice – Ossia non esiste pericolo per l’inquinamento ambientale. Saranno le analisi a confermarlo però”. Una storia lontana cinquant’anni e risalente agli anni ’70. E nel corso di questi anni ci sarebbero carte a dimostrare che il comune sapeva di questi interramenti di materiale pericoloso. Eppure la realizzazione del Parco è andata avanti come se nulla fosse.

Il Parco è stato inaugurato il 26 novembre del 2011. Contestualmente il comune ha affidato la gestione al Coime che proprio qui, all’interno del Parco, ha realizzato anche la sua sede operativa. Nel capitolato dei lavori fatti a suo tempo per la realizzazione del Parco, esisteva una specifica parte destinata proprio alla bonifica dell’area verde, con circa 1,5 milioni di euro. Insomma la situazione era chiara a tutti: lì sotto ci sarebbero, oltre che resti di amianto, anche delle taniche con colori provenienti dai cantieri navali, altamente inquinanti. Non scatta il piano di emergenza perché, come detto, questi rifiuti sono stati “tombati”, ossia sono stati seppelliti per non far disperdere il loro potere inquinante. Le verifiche sotterranee, dunque, serviranno a questo: a dimostrare che i rifiuti ci sono, ma che non creano pericoli. Tirarli fuori da lì costerebbe svariati milioni di euro. Soldi che il comune di Palermo non ha.

Primo passo, dunque, l’apertura dell’area considerata meno a rischio che dispone di una flora molto interessante, a partire da uliveti, mandorleti e lavanda. Oltre ai frassini donati dalla fondazione Yves Rocher circa dieci anni fa. La zona è anche frequentata da varie specie di volatili tropicali che hanno scelto quest’area per nidificare o svernare. L’area gialla e l’area rossa, invece, necessitano di verifiche più approfondite. L’area gialla è quella che confina con il Cus, il centro sportivo universitario e in cui si trova il cosiddetto “percorso della salute” destinato ai runner e agli sportivi amatoriali. In quest’area c’è anche un laghetto artificiale mai riempito perché è stato realizzato con evidenti errori di progettazione: il fondo del laghetto, infatti, non è stato impermeabilizzato e quindi l’acqua va via. Da anni si tenta una soluzione. L’area rossa, invece, si trova nella parte finale del Parco, in cui ci sono alcune collinette. Proprio qui sotto, secondo le carte, si troverebbe il materiale tossico. Difficile per il momento ipotizzare soluzioni a breve termine.

Il parco Cassarà è stato, almeno all’inizio, un punto di riferimento per la città. L’area verde era frequentatissima, tutti i giorni. Nei fine settimana, soprattutto, si riempiva di famiglie con prole al seguito. All’interno si trova un anfiteatro che nei progetti doveva ospitare le tragedie greche di solito appannaggio della città di Siracusa, ma anche gli studenti che potevano disporre di una struttura in cui mettere in scena le loro opereteatrali. Ci sono anche una pista di pattinaggio regolare, tre piste di bocce, un caffé letterario e percorsi pedonali e ciclabili. Sono state ospitate qui notti bianche che hanno fatto registrare il “tutto esaurito”. Ma, della serie “troppo bello per essere vero”, il Parco è stato chiuso il 16 aprile del 2014 per la presenza di amianto. Da sei anni, dunque, cancelli ancora sbarrati nel Parco costato undici milioni di euro e che vede ancora in corso un processo penale, in cui 7 persone sono a giudizio per “disastro ambientale”. In questi anni i vandali hanno fatto razzia anche del rame dell’impianto elettico. Ma, conclude Teriaca, “nulla di così grave che non possa essere riparato dal Coime in pochissimo tempo”.

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